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Gli spari che cambiarono la storia: Sarajevo, cent’anni dopo

attentato-di-sarajevoIl 28 giugno di cent’anni fa, a Sarajevo, nei pressi del ponte Latino che attraversa, da una riva all’altra, la Miljacka, Gavrilo Principdiciannovenne studente e fervente nazionalista serbo – esplose i due colpi mortali che posero fine alla vita del principe Franz Ferdinand e di sua moglie  Sofia,innescando la scintilla che provocò, in breve, la prima guerra mondiale. L’evento che farà la storia del secolo si consumò in poco più di un’ora. Alle 11.30 il medico accertò la morte della coppia reale. I collegamenti telefonici con l’estero vennero sospesi, le campane di Sarajevo suonarono a morto, la voce si diffuse e l’esercito compì  centinaia di arresti. Nel tardo pomeriggio scattò lo stato d’assedio e le strade si svuotarono. Quando le prime stelle illuminarono il cielo notturno,  Sarajevo era già una città fantasma. E il mondo scivolava verso la catastrofe. La scelta del  28 giugno non fu casuale. Per gli ortodossi è il giorno del Vidovdan, quando si celebra San Vito. Per i serbi è festa nazionale. Ciò che accade dopo è tristemente noto. L’attentato fece esplodere le tensioni e , in breve, l’intera storia europea subì una frattura. L’assassinio dei reali fornì il pretesto all’Austria per regolare i conti con la Serbia,  eliminando alla radice la minaccia separatista che stava alla base delle rivendicazioni dei nazionalisti. Il gioco delle alleanze ( da una parte quella franco-russa e dall’altra quella austro-tedesca) disegnò in breve uno scenario che apparve subito agli occhi delle élites europee come l’annuncio di una catastrofe. Un mese dopo l’attentato tutto era compromesso : la Russia ordinava la mobilitazione del proprio esercito, la Germania dichiarava guerra alla Russia e alla Francia, convinta di potere avere la meglio, rapidamente, su entrambi i fronti. In breve, il vecchio continente  – e di seguito il mondo intero –  si trovarono invischiati nel fango delle trincee prima di contabilizzare lo spaventoso bilancio di un conflitto che vide impegnate ventotto nazioni divise in due grandi schieramenti (le Potenze alleate, con Gran Bretagna, Francia, Russia, Italia e Stati Uniti, e gli Imperi Centrali con Germania, Austria-Ungheria, Turchia e Bulgaria), con milioni di morti, un disastro economico, sociale e culturale che spalancò le porte all’avvento dei regimi totalitari che insanguinarono il ’900.

Marco Travaglini

L’Ultimo sorriso di Berlinguer

enrico berlinguerRicordo il viso scavato, il corpo minuto. La velata malinconia dello sguardo , il timbro di una voce antica. Quella voce che proponeva con lucidità una visione del mondo nuova; la necessità di portarsi dietro tutti in scelte più avanzate, di cambiamento, dove impegnare i destini di un popolo che si diceva comunista, ma di un tipo del tutto originale, italiano e democratico, innervato nella Costituzione repubblicana.
Quell’uomo che sembrava così fragile, si chiamava Enrico Berlinguer. Gentile, riluttante, pacato, colto. Uomo di unità, affezionato alle speranze dei giovani, schivo ed inadatto alla leadership al punto che si dice stesse male prima di ogni incontro televisivo. Un uomo, come disse Alfredo Reichlin, che per conformazione fisica e psicologica “poteva fare il bibliotecario”, ma che si dimostrò un eccezionale ed insostituibile “capo di un popolo”.
Trent’anni fa, l’11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer moriva. Gli fu fatale l’ultimo comizio tenuto qualche giorno prima a Padova in vista delle elezioni europee. La folla che lo salutò in occasione dei funerali per le strade del centro di Roma fu la testimonianza più evidente dell’amore che il popolo italiano provava per questo uomo gracile e forte allo stesso tempo, partito dalla Sardegna non per fare la “carriera politica” ma per “impegnarsi” nella politica.
Tra quei drammatici fotogrammi che accompagnano i suoi ultimi istanti in piazza della Frutta , ce n’è uno, quasi impercettibile a un osservatore poco attento: quello del suo ultimo sorriso alla folla, dopo aver pronunciato le sue ultime parole “..lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini”. Sta tutto in quel sorriso la bellezza di Berlinguer. La bellezza di occuparsi in maniera disinteressata degli altri. Di avere uno scopo nella vita che vada oltre se stessi. In quel sorriso è racchiuso un manifesto politico, troppo in fretta archiviato dopo la sua morte e troppo strumentalmente ritirato fuori per esigenze di propaganda.
Il sorriso di un uomo che è ancora tra noi perché le sue intuizioni politiche e culturali avevano scavato nel profondo della crisi italiana, ne avevano tirato fuori i nervi scoperti attraverso i quali si poteva vedere il futuro della nostra società e dell’Europa. Un uomo, fatto passare per un conservatore, che sapeva leggere con visionaria lucidità il cambiamento in corso, cercando di proporre una via d’uscita democratica, non populista. Berlinguer riuscì ad affrontare un tema ostico e da molti mal digerito come l’austerità che non aveva nulla a che vedere con le ricette neoliberiste e monetarie ma con l’idea di affrontare il tema dei consumi e della produzione all’interno di una società più giusta, sobria, solidale, democratica, attraverso una migliore distribuzione dei redditi ed una condivisa responsabilità tra le classi che esistevano (ed esistono..) ancora. Un discorso che affascinò il cattolicesimo progressista e che confermò quella diversità dei comunisti italiani che si fondava non certo sulla purezza ideologica, ma sull’appartenenza ad una comunità e ad un’idea della politica basata su una visione morale ( ..non moralista), intesa come servizio, studio, avanzamento e lotta democratica. Si dirà che il mondo è cambiato, è più veloce, ha altre esigenze, e noi abbiamo commesso tanti errori lungo il nostro cammino. Nulla può essere più vero. Gi stessi che sostengono questo, tante volte, argomentano di come il nostro paese sia cambiato in peggio, per la crisi, per lo spazio esiguo che hanno le giovani generazioni, per l’assenza di futuro. Forse è cambiato in peggio anche perché invece di contrastare alcune derive le abbiamo assecondate, perché siamo stati troppo indulgenti nello sposare parole d’ordine, modi di essere, ideologie che non appartengono ad una parte che si propone di essere la parte dei più deboli; perché così tanto impegnati a ricercare il futuro abbiamo pensato, più volte in questi anni, di trovarlo gettando via le lezioni del passato. Ecco perché, senza nostalgie ma con il senso dell’attualità, riemerge potente l’insegnamento di Berlinguer. Perché non basta un tweet per “riempire la propria vita”, ma occorre riscoprire il pensiero lungo, quello che invita a guardare al mondo con realismo e creatività, innovazione e obiettivi proiettati nel futuro. Questo “pensiero lungo”, che non è ideologia arrugginita né fuga dalla realtà, manca molto alla politica di oggi. E Berlinguer questo “pensiero lungo” lo cercava nelle suggestioni che arrivavano dall’ambientalismo, dal pacifismo, dai movimenti delle donne. Con il sorriso di chi diceva “ Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Parole dette con il suo sorriso, dolce e determinato, da Enrico Berlinguer.

Marco Travaglini

Il taglio al cuneo fiscale per dare sollievo a milioni di lavoratori e famiglie prosciugati nel loro potere d’acquisto

Tagli-cuneo-fiscaleIn questi giorni i riflettori si accenderanno sulla proposta del governo per dare ossigeno all’economia. E’ un fatto rilevante, sui cui si misura il giudizio e la credibilità nostra, del nostro leader e dell’intero governo. Già adesso siamo alle prese col dibattito sulla destinazione del taglio al cuneo fiscale. Irap a vantaggio delle imprese e di una loro maggiore competitività oppure Irpef e ossigeno in busta paga per i lavoratori? Non è stupefacente che l’organo di Confindustria, con gradi diversi di radicalità, sposi la prima soluzione. E neppure dovrebbe meravigliare che la posizione dei sindacati si orienti verso l’altra. Tutto sta a fissare l’immagine di partenza. Continuiamo a ritenere questa una crisi dell’offerta? E allora la logica favorirebbe un sostegno attivo alle imprese. La riteniamo, invece, una crisi verticale della domanda? In questo caso devi dare sollievo a milioni di lavoratori e famiglie letteralmente prosciugati nel loro potere d’acquisto. Quel che non convince è l’idea che se metti cento euro in più nella busta paga delle fasce di reddito medio-basse quei soldi andranno a rimpolpare il risparmio con effetto nullo sui consumi. Credo non sia così. Se dai qualcosa a chi sta facendo i salti mortali per riempire il carrello della spesa, quel qualcosa verrà subito speso per soddisfare bisogni primari a oggi sacrificati. Mi parrebbe serio, infine, ragionare su una fiscalizzazione degli oneri sociali almeno se si intende rivolgere il beneficio anche a quella quota di lavoratori precari o partite Iva “mascherate” che, altrimenti, resterebbe esclusa dall’impatto del provvedimento.La sinistra del Pd ha offerto spunti e riflessioni su questi temi che vanno intese come un contributo a rafforzare l’azione di cambiamento nella quale tutti noi, tutto il Pd, è impegnato.

Marco Travaglini

DIRITTI E QUALITA’ DELLA DEMOCRAZIA: contributo di Marco Travaglini

travaglini-2-piccolaAlcuni dei punti su cui si misura la qualità dell’azione di governo sui grandi temi della democrazia riguardano l’introduzione di una disciplina finalmente efficace in materia di conflitto di interessi e la contestualità tra le riforme costituzionali (Superamento del bicameralismo e riforma del Titolo V) e la revisione della legge elettorale.
Quest’ultima, in discussione in queste ore, deve ispirarsi a una ragionevole previsione di governabilità, a un criterio di rappresentatività che rispetti e valorizzi il principio costituzionale sull’equilibrio di genere e alla restituzione ai cittadini del diritto di scelta dei parlamentari. In questo senso era e rimane giusto superare l’ipotesi di liste bloccate con un Parlamento “nominato” dai vertici dei partiti mentre, riconoscendo come opportuno il coinvolgimento nel percorso riformatore delle forze di opposizione, restiamo convinti che sia saggio muovere da un rinnovato accordo delle forze della maggioranza.
Le riforme costituzionali ed elettorale sono importanti ma non esauriscono il tema di fondo rappresentato dalla necessità di rifondare il patto di fiducia tra i cittadini e lo Stato: dal rispetto del patto fiscale alla riforma della giustizia civile e penale (compresi i diritti e il trattamento dei detenuti negli istituti di pena) passando per la semplificazione di una giungla burocratica e spesso vessatoria fino all’urgenza di una lotta efficace a fenomeni corruttivi dal costo insostenibile in termini sia morali sia materiali.
In questo senso la riforma della Pubblica Amministrazione è un punto centrale e non può essere affrontato in modo superficiale (per capirci non è solo un problema di costi del personale) né confuso (come nel caso della riforma delle province). Sul Titolo V la riforma è l’occasione per una razionalizzazione e riorganizzazione del livello di governance dello Stato fino ai Comuni, tagliando la moltiplicazione dei centri di decisione che hanno gonfiato la spesa e con la restituzione alle Regioni del loro ruolo di programmazione e controllo.
Un governo che abbia la volontà di sbloccare e rinnovare il Paese deve proporsi un cambio di passo sui metodi per una selezione delle nomine a Enti e società partecipate dal pubblico che favorisca competenza, trasparenza e qualità. La forma può essere quella di un Comitato di garanti, dell’Albo pubblico dei curricola, di regole che non prevedano riconferme nello stesso ruolo dopo due mandati, dell’impossibilità dell’accumulo di incarichi. Su questi e su tutti gli altri temi l’area di sinistra del Pd non farà mancare il proprio contributo ad ogni livello.

Marco Travaglini
Assemblea Provinciale PD VCO

 
Marco Travaglini

Primarie regionali: il commento di Marco Travaglini

Non credo che la partecipazione, piuttosto scarsa, a questo appuntamento conclusivo della lunga stagione congressuale possa lasciarci indifferenti. travaglini-2-piccola
E’ anche il segno di un malessere e, probabilmente, un riflesso della scelta avvenuta giovedì scorso in direzione nazionale con la sfiducia votata a Letta. Larga parte del popolo democratico non ha capito quanto avvenuto e ha inviato un segnale che non va sottovalutato.
E questo deve far riflettere tutti. Così come non va abusato uno strumento come le primarie, peraltro utilissimo e indispensabile nel definire le candidature istituzionali , di partito e di coalizione.
Ciò detto questa campagna congressuale ha offerto un dibattito combattuto e serio. Ci siamo divisi. Ma dall’istante successivo ai risultati noi abbiamo riconosciuto la legittimità di chi quel congresso lo ha vinto, dal piano locale a quello nazionale ed ora in Piemonte. In quest’ultimo caso l’ottimo risultato ottenuto da Gianna Pentenero nel VCO e sul territorio regionale testimonia l’importanza e il radicamento della sinistra nel Pd. Riconoscere i risultati naturalmente, non vuol dire che si smette di discutere. Casomai è vero l’opposto.
Ed è proprio il passaggio che stiamo vivendo a consegnarci il bisogno di una discussione che evidentemente non abbiamo fatto fino in fondo sull’idea di partito e sul modo di interpretarne la funzione. Lo faremo con quel senso di responsabilità che ci ha fatto lavorare per l’unità del nostro partito e per una chiarezza della sua strategia. I fatti degli ultimi giorni hanno, in parte, confermato le differenze su come pensiamo della essere il Pd. Come lo immaginiamo e come lo vorremmo.
Ora dobbiamo ripartire con un confronto nel merito degli indirizzi e delle scelte,ad ogni livello. E in questo senso il nostro contributo non verrà meno.

Marco Travaglini